Agli albori della quinta stagione, la serie ha raggiunto alti livelli, sia sotto il profilo prettamente tecnico sia nel milieu artistico.
Hugh Laurie è straordinario nei panni del Dr. House, indossando alla perfezione la maschera di cinico sarcasmo con cui il geniale e stravagante medico si rapporta a personale e pazienti nella pur brillante soluzione di complicatissimi casi clinici, facciata dietro cui però si nasconde un animo vulnerabile tormentato in un'immensa solitudine, troppa persino per un uomo solo!
L'unico neo si concretizza nella definizione di personaggi, situazioni, svolte narrative che sono efficaci e verosimili sullo schermo, ma - nella maggior parte dei casi - impensabili nella realtà.
Provate infatti ad immaginare di essere ricoverati in ospedale (badate che si tratta di una semplice ipotesi) - già in preda all'ansia per la situazione contingente. Ad un tratto un infermiere annuncia l'arrivo del medico e voi, sollevati, gli andate incontro. Ma - anziché trovarvi di fronte un dottore calmo, disponibile, bonario e comprensivo - vi imbattete in un Dr. House disilluso, cinico e disincantato - magari anche inferocito per i fatti suoi e perennemente incazzato col mondo intero - che non esita a incalzarvi (nel migliore dei casi!) con grottesca strafottenza, mentre voi siete in preda al panico. Credo proprio che in quella situazione non trovereste nulla di comico o di divertente, né in lui, né nel suo atteggiamento.
Lo stesso protagonista della serie - l'attore inglese Hugh Laurie, emerso al grande pubblico proprio grazie al ruolo del bisbetico
dottore - nel corso di un'intervista ammette che un medico con quelle caratteristiche
potrebbe funzionare solamente incanalato in un personaggio televisivo, perché
nella realtà «verrebbe licenziato, o peggio fatto arrestare».
Menzione speciale ai doppiatori italiani, in modo particolare al
compianto Sergio Di Stefano, che
sapeva conferire al personaggio di House tonalità appropriate nelle giuste pause.