Recon - Part two

Starring

Christian Bale/Simone
Charlize Theron/Alessia
Lena Headey/Gabriella
Peter Gabriel/Himself
Nicolas Cage/Borgataro
John Turturro/Angelo
Sam Neill/Padre di Alessia

Era seduto al buio e fissava il vuoto. Faceva sempre così quando era stanco e non aveva più idee. Il suo ultimo romanzo era stato pubblicato due anni prima, ma il pur notevole successo editoriale non gli aveva dato la certezza di aver scritto un buon libro. Era insoddisfatto di se stesso e della sua vita prima ancora che dei suoi romanzi. Simone viveva da single in una piccola mansarda affacciata sul mare. Era proprio dal moto incessante e inquieto delle onde che spesso traeva ispirazione. Ma quella cupa giornata invernale non gli apriva la mente, alzando proprio come onde i suoi pensieri altrettanto cupi verso ricordi mai sopiti che lo tormentavano.
Aveva amato molte donne, ma solo una di loro aveva lasciato nella sua mente un'immagine viva e indelebile. Desiderava Anna. Spesso gli capitava di rivederla nei suoi sogni agitati, percepiti con straziante realismo, che lo facevano risvegliare di colpo nell'amara consapevolezza di averla perduta ancora.
Si accese una sigaretta. «Prima o poi dovrò smettere» si diceva sempre e ogni volta i buoni propositi svanivano in una nuvola di fumo bluastra.
Si diresse stancamente verso l'impianto stereo e inserì uno dei suoi CD preferiti: Letter From Home del Pat Metheny Group. Le splendide note lo avvolsero subito in una sensuale carezza, risvegliando in lui quella sensazione di serenità che veniva da lontano e che la musica di Metheny sapeva sempre suscitare, come toccandogli le corde nascoste dell'animo. Si abbandonò a quella piacevole sensazione pur in un mare di tristezza e si mise a fantasticare su tutto quello che avrebbe potuto essere e che invece non era. Si era laureato in lingue e letterature straniere e aveva inseguito chimere per lunghi inutili anni. Fino a quando il suo amico Paolo non lo aveva introdotto quasi per gioco nel mondo dell'editoria, spronandolo a buttare giù un soggetto interessante. Uno, due, tre romanzi, poi il successo. Di colpo la sua vita era stata sconvolta: rassegne editoriali, interviste ai quotidiani, valanghe di autografi e anche qualche discreto afflusso nelle casse domestiche. Ma lui non era cambiato. In fondo quello che aveva sempre desiderato era un affetto sincero e stabile su cui poter costruire il suo vero futuro. Ma mentre il successo era arrivato, l'affetto si faceva attendere. Rivide Anna voltarsi verso di lui facendo roteare i suoi vaporosi capelli neri, in tutte le fasi della loro storia: mentre lo baciava in quella notte di lampi e tuoni dopo una corsa sotto la pioggia; mentre lo guardava con i suoi occhi attenti e premurosi; mentre rideva; mentre faceva l'amore; mentre piangeva e gli urlava di uscire dalla sua vita.
Incompatibilità di carattere, si dice sempre, quando una storia finisce. E' il solito vecchio triste alibi per mentire a se stessi e non voler ammettere i propri errori. Chi sbaglia spesso paga e raramente impara. E questo almeno, Simone lo aveva capito. Ma non sempre nella vita puoi tornare indietro.
Era ancora seduto là, con le volute di fumo azzurro che gli volteggiavano attorno. Sulla scrivania erano accatastati quotidiani, libri, dizionari, allo stesso modo in cui nella sua mente si affollavano pensieri per lo più disarticolati. Erano quasi le cinque del pomeriggio e Simone non aveva concluso un accidente. Non aveva neppure mangiato un boccone per la miseria e lo stomaco iniziava a reclamare qualcosa di commestibile.
Poi la musica finì. Lui anche era finito? Erano mesi ormai che non aveva un'idea decente da tradurre in parole. Mentre erano anni che non aveva una storia importante, solo brevi flirts che ti lasciano come un aperitivo: più affamato di prima. Ripiombato nel silenzio, non sopportò più di dover ascoltare il proprio respiro mentre finiva la settima sigaretta in una manciata di minuti. «No» - sussurrò a se stesso - «No. Così non si può andare avanti». Si alzò con lo scatto ancora impaziente dei suoi trentacinque anni, si ravviò i capelli, indossò il giaccone, afferrò le chiavi buttate distrattamente sulla scrivania e si chiuse alle spalle la porta d'ingresso. Scese le scale che odoravano di antico, aprì il portone e fu subito risucchiato in via San Lorenzo, cuore pulsante del Centro Storico della sua città antica, Genova.
Il cellulare squillò: era sua cugina Alessia. Era una brava ragazza, madre di due figli ancora piccoli, che - a modo suo - si prendeva cura di lui come se per lei fosse il terzo figlio, quello più sfortunato. E lui invece era fortunato ad avere lei. La voce risuonò vivace dallo schermo digitale:
«Ciao. Dove sei?»
«Ciao Ale. Appena uscito di casa. Come stai?» e intanto continuava a camminare veloce tra la folla, dirigendosi verso il bar all'angolo.
«Sono tranquilla. I bambini sono qui e Angelo è fuori per lavoro».
Angelo. Manager rampante, di quelli che non si fanno mai mancare niente, tanto meno le amanti. Alessia non vedeva o meglio fingeva di non vedere e andava avanti, vivendo per i figli e rifugiandosi nella sua realtà, dove solo pochi intimi trovavano il posto giusto. Suo cugino Simone era uno di quei pochi.
«Sto andando a mangiare un boccone: che fai, mi raggiungi?»
«Non mi va di uscire stasera. Ho noleggiato un bel DVD e sto preparando la cena. Vieni tu da me casomai».
Al solito. Bisognava sempre fare come voleva lei. Per questo gli altri in genere si defilavano. Alessia in fondo non era una cattiva ragazza, era solo un tantino prepotente. Ma con i figli era diversa: a loro donava tutta se stessa, senza sconti.
«Arrivo» il tastino laterale chiuse la telefonata. Un quarto d'ora a piedi e la raggiungeva in casa. Lo attendeva la solita pietosa serata di lacrime e rimpianti mentre in sottofondo scorreva "il bel DVD". Ma Alessia era fatta così e Simone le voleva bene per quello che era.

Entrò nell'atrio del portone, salì le scale e suonò il campanello. Le voci dei bambini riecheggiarono da oltre la porta, che Alessia aprì dopo pochi minuti, comparendogli innanzi in tutta la sua dimessa avvenenza. I capelli biondi scompigliati raccolti dietro la nuca, il vestito coperto dall'immancabile grembiule e le morbide pantofole colorate che l'accompagnavano sempre in ogni angolo della casa. Davide e Francesco apparvero nel vano della porta in un nano secondo, sorridendo allo zio e invitandolo ad entrare. Simone diede un bacio sulla guancia ad ognuno di loro ed entrò, porgendo ad Alessia il pacchetto di paste che aveva acquistato di corsa presso un'antichissima pasticceria del Centro Storico, pulsante di vita come i bimbi nell'appartamento di Alessia, che attendeva il rientro del marito.
Alessia ripose le paste in frigo e accolse il cugino nel salotto, invitandolo a sedersi sul solito divano.
Gli bastò uno sguardo per capire che la ragazza era in crisi e che aveva bevuto. Simone attese che i bimbi riprendessero a giocare tra loro prima di rivolgersi a lei con affettuoso tono di rimprovero:
«Lo hai fatto di nuovo. Ti sei attaccata alla bottiglia».
Lei abbassò lo sguardo e si mise a piangere sommessamente.
«E' stato lui. Ha di nuovo una storia. Ne sono sicura: ieri nel cesto della biancheria sporca ho notato una macchia di rossetto rosa sui suoi boxer. Ed io non uso quella tinta per le labbra».
Le sue labbra morbide e dolci erano deformate in un pianto silenzioso ma tagliente come una lama.
«Ma perché non ci dai un taglio? Perché non lo sbatti fuori? Dopotutto, è casa tua» - intimò Simone, rassegnato al pensiero dell'imminente risposta, che già conosceva e che infatti giunse puntuale come un orologio svizzero:
«Sai che lo amo e che non potrei farlo. Anche per loro» sussurrò in un gemito di dispiacere, guardando i propri figli con gli occhi velati di lacrime.
Proprio in quel mentre, il suo cellulare squillò. Indovinate chi era.
«Angelo? Sì ciao amore. Parla più forte che non sento! Come dici?» Pausa di silenzio in cui Alessia ascoltava pensosa e perplessa la risposta del marito. «Ah, capito. Va bene, ci sentiamo domani allora». Richiuse lo sportellino del cellulare, che gettò sul divano in un gesto rapido e stizzito.
«Scommetto che ha un improvviso impegno di lavoro» sentenziò amaro Simone. La reazione di Alessia fu immediata: gli si gettò tra le braccia piangendo.

La tenne così per ore, fino a quando Alessia si calmò, il film terminò e Simone dovette rientrare a casa. Il giorno seguente, Simone si svegliò di buon'ora per prepararsi una sostanziosa colazione e buttare giù almeno la bozza di quella parvenza d'idea che lo aveva colto durante una pausa nel sonno notturno. Spesso le intuizioni migliori gli giungevano nella mente del tutto inaspettate e nei momenti più impensati. E Simone aveva l'abitudine di fissarle subito su carta, in questo caso sul monitor del PC. Scrisse per qualche ora fittamente e di getto, fino a quando il cellulare interruppe lo scorrere dei suoi pensieri. Era un numero sconosciuto. Simone rispose.
«E' Lei Simone Barbieri?»
«Sì, sono io» rispose titubante e sospettoso. La voce era imperturbabile e proveniva da un luogo affollato.
«Scusi se la disturbo. Dovrebbe gentilmente venire qui in ospedale al Galliera.»
L'allarme del ragazzo si trasformò in pulsante apprensione.
«E' successo qualcosa a mia cugina?» chiese, controllato nella sua angoscia.
«Purtroppo sì. Mi dispiace infinitamente: ha avuto un incidente stamane in auto e è piuttosto grave. Venga qui da noi in rianimazione, che parliamo bene di tutto. La aspettiamo.» Clic. Desolante angoscioso silenzio, nella consapevolezza di qualcosa di grave e irreparabile. Simone aveva sviluppato uno speciale sesto senso verso la vita di sua cugina.
Afferrò chiavi e soprabito e si precipitò fuori, ansante.

All'ospedale lo accolse un medico sulla cinquantina, stempiato, barba ben curata e sguardo conciliante e comprensivo. Colse lo sguardo atterrito del ragazzo e gli sorrise mestamente, accompagnandolo nella stanza numero 14. Alessia giaceva intubata, visibilmente ferita e in orrende condizioni.
Dall'alto della sua statura, il ragazzo si chinò su di lei e pianse.
Il medico lasciò che Simone sfogasse il proprio dispiacere, poi gli posò una mano sulla spalla e gli sussurrò parole che volevano essere confortanti, ma che sul giovane ebbero l'effetto di una coltellata al cuore.
«E' grave, ma il coma non pare irreversibile. Sarò sincero con Lei: potrebbe riprendersi come no.»
«Ma... Come è successo?»
«Non conosciamo l'esatta dinamica dell'incidente: è finita sotto una macchina. Si faccia coraggio, vedrà che la recuperiamo.»
Recuperiamo. Come se fosse un oggetto smarrito. Simone ringhiò e il medico si ritrasse d'istinto. A volte i medici hanno un curioso gergo.
«E' l'unico parente? Nella sua agenda abbiamo trovato il suo recapito»
Di botto si aprì la porta della stanza ed entrò l'eroe del giorno.
«Dov'è? Che cosa le è successo? Ciao Simone.»
Angelo era incredibilmente magro, scuro di capelli e di media statura. Non brillava né per sense of humour né per bellezza. Simone gli lanciò un'occhiata di evidente disprezzo.
«I bimbi dove sono?» chiese brusco.
«Dai nonni» rispose Angelo distrattamente.
"Se ieri sera fossi rientrato a casa, invece di sbatterti la troia di turno" - pensò. Mentre il medico spiegava ad Angelo gli stessi dettagli appena rivelati a lui, Simone uscì pensoso dalla stanza. Un incidente?

La sera era ormai scesa sull'appartamento di Simone, che sedeva solo nel suo divano accanto al caminetto. Pensieri cupi e angosciosi gli affollavano la mente. Ancora una volta, il cellulare squillò e ancora una volta il chiamante era sconosciuto.
«Sì, pronto?»
«Buonasera. E' il signor Barbieri? Scusi se la disturbo: sono la Dottoressa Gabriella Freni e chiamo da Roma. Sono la psicologa che aveva in cura sua cugina da qualche mese»
«Psicologa? Ma mia cugina non mi aveva mai parlato di Lei.»
«Lo so, era una cosa segreta che sua cugina non aveva rivelato a nessuno. Sono sconcertata per quanto le è accaduto, ma avrei alcune cose importanti da spiegare.»

L'indomani alle diciassette, puntuale come un orologio svizzero, la Dottoressa Freni si presentò all'appuntamento presso lo storico bar Molinaro alla Foce.
Era vestita alla moda, molto curata e fasciata in un soprabito molto à la Tenente Sheridan, malgrado del tenente avesse poco o nulla: viso radioso incorniciato da capelli neri, grandi occhi bruni e sorriso smagliante.
«Buonasera...»
«Ti dispiace se ci diamo del tu? Odio i formalismi, specie in casi come questo» tagliò corto Simone. Gabriella sorrise di uno dei suoi sorrisi smaglianti e annuì.
«Ho qui con me la cartella clinica di Sua... ehm... di tua cugina e ci sono alcune incongruenze che vorrei mostrarti.»
Gabriella estrasse un fascicolo con copertina plasticata e lo porse a Simone, intento a sorseggiare lentamente un Pink Lady.
Simone lo prese e lo aprì, fissandola dritto negli occhi: «Bevi qualcosa?»
«Un Arancia Meccanica, grazie.» Simone fece un cenno al barista del bancone, che subito iniziò a shakerare gli ingredienti.
Nel dossier erano annotati scrupolosamente appuntamenti e rispettivi orari, con molte note per ciascun incontro.
«Vedi qui in particolare?» indicò Gabriella. Aveva sottolineato in rosso alcuni passaggi delle sedute, che evidentemente riteneva decisivi per una svolta.
Durante una delle più recenti sedute, Alessia aveva confidato a Gabriella l'esistenza di un misterioso amante, da lei incontrato qualche mese prima.
«Un amante? Ma a me non ha mai confidato nulla del genere!» obiettò sbalordito Simone.
«Di fronte a te, lei si vergognava di ammetterlo. Lo spiega qui, in particolare durante una delle ultime sedute.»
«Di chi si tratta?» chiese Simone ansante e sempre più angosciato.
«Mistero. Sai meglio di me che tua cugina era la 'Donna dei Segreti,'» sorrise mestamente Gabriella. In quel mentre giunse il barman con l'aperitivo ordinato da lei. «So solo che questa relazione era stata torbida fin dall'inizio ed era addirittura cominciata con uno stupro.»
«Uno stupro?» Simone era sempre più allibito. «Ma com'è possibile che Alessia non me ne abbia mai parlato? Sono confuso.»
«Sì, Simone. Una di quelle dolci violenze che Alessia aveva da sempre vagheggiato e che qualche mese fa era diventata per lei una realtà dolceamara. Come questo cocktail» sentenziò.
«Raccontami tutti i dettagli» - intimò Simone.
«Per quello che so» - ammise sconsolata la psicologa.

Flashback: Quel giorno Alessia era in libera uscita per fare shopping. Aveva "sistemato" i due bimbi dai nonni materni ed era uscita tutta agghindata (come faceva sempre), fasciata in una minigonna e top di jeans molto sexy. Era una calda mattinata di luglio e i vicoli erano semideserti. A un tratto, ferma ad una vetrina, aveva colto il riflesso di un uomo alle sue spalle. Si era voltata, trovandosi di fronte un uomo alto e robusto in jeans e maglietta del Che Guevara, visibilmente abbronzato, barba incolta e forte accento del Centro Italia. L'attrazione selvaggia per quel'uomo aveva preso piede da subito (complice forse anche la maglietta del Che).
«C'hai d'accèndere?» chiese lui.
«Mi spiace, non fumo» fu la esitante risposta di lei. Lui era passato subito alle vie di fatto.
«Sai che sei proprio 'na bella topa? Te va di salì da me?»
«Per fare cosa?» chiese lei molto ingenuamente. Ma fu proprio quell'ingenuità a scatenare le voglie di lui. E di lei.
«Certo non pe' vedé a collezione de farfalle».
Non si sapeva per quale motivo, ma Alessia era attratta dalla rozza prestanza fisica dell'uomo e salì da lui.
Appena varcata la soglia,

Non si sapeva se Alessia avesse goduto o meno di tale violenza, ma dovette apprezzarla al punto che ritornò la settimana dopo e quella dopo ancora, a farsi violentare dal tizio.

«Aveva anche buttato giù alcune impressioni a caldo su quanto le era successo, descrivendo con veemenza le sue calde emozioni mentre lui la violentava, dandole però anche piacere. Una volta me le ha lette. Credo che per la maggior parte si trattasse di fantasie e vaneggiamenti, dato che supponeva di non averlo mai visto in faccia perché lui le bendava occhi e bocca, mentre invece lo conosceva benissimo.»

Simone era allibito. Non tanto per le fantasie sessuali (era giovane e sufficientemente smaliziato) quanto per il silenzio di sua cugina su un episodio-cardine che molto probabilmente aveva segnato la sua vita. Per sempre.
Simone rifletté, cupo in volto. «Chissà dove li tiene custoditi, questi appunti "hot". Potrebbero rivelarci molto sugli ultimi sviluppi.» Più la psicologa proseguiva nel resoconto, meno quella storia gli piaceva. «Ma perché era in cura da te? Per la sua fragile emotività?»
«Sì, specie per quella, ma non solo. Inizialmente aveva paura. Paura di perdere suo marito, di perdere la sua famiglia. Sai bene quanto la tradisca suo marito.»
«Quel viscido bastardo. La sera prima dell'incidente aveva chiamato per dire che non sarebbe rientrato a casa per "motivi di lavoro". Sta con una troia, quel pezzo di merda.»
«La storia con quel tipo paradossalmente la rendeva più sicura di sé. E' a questo punto che mi sono preoccupata.»
«Hai tentato di dissuaderla, immagino.»
«Certo. Ma sai meglio di me che è impossibile farla ragionare, specie in quei frangenti e soprattutto quando ha già deciso una cosa.»
Simone la conosceva anche troppo bene sua cugina e sapeva che Gabriella non stava mentendo. Parlavano di lei al presente, sperando sempre che riuscisse a rientrare nel mondo dei vivi.

Andarono entrambi a trovarla all'ospedale, ma Alessia era intubata e immobile come il giorno prima. Faceva impressione vederla ridotta in quello stato, abituati alla sua instancabile vitalità.

Poi andarono a casa di Simone. Parlarono un po'. Simone non si sentiva così a suo agio con una donna da troppo tempo, ormai. Gabriella gli trasmetteva una calma ed una fiducia davvero rassicuranti e rilassanti, tanto che ad un certo punto, vinto dalla stanchezza e dallo stress degli ultimi giorni, il giovane si addormentò sul divano di fronte al caminetto. Gabriella lo guardò dormire per un lunghissimo attimo: i capelli scompigliati incorniciavano un volto rilassato, abbandonato nel sonno sereno e tranquillo di un bambino. Era molto bello Simone. Aveva un fascino magnetico a cui le donne difficilmente resistevano.
Gabriella gettò un ultimo sguardo su di lui, poi lentamente si alzò e uscì dall'appartamento senza far rumore.

A mezzanotte il cellulare squillò e svegliò Simone, ancora addormentato. Era l'ospedale: aveva salvato il numero. Prontamente rispose, ancora avvolto dai languidi vapori del sonno.
«Sua cugina ha dato un segno di vita. Volevo solo avvisarLa» informò prontamente il medico di guardia. «Ma non s'illuda però: a volte è un fenomeno transitorio o peggio: casuale.» Simone non lo lasciò neppure finire e si precipitò fuori di casa.
Uscì dal portone con tanta foga che non notò i fari accesi di un'auto posteggiata di fronte a lui. L'auto si mise in moto, ebbe una virata improvvisa e lo travolse.

Quando aprì gli occhi, Simone pensò di trovarsi in una di quelle dimensioni parallele di cui tanto si parla: di certo non era il mondo che era abituato a conoscere. Ogni contorno era indeciso e ogni colore soffuso, non sapeva neppure descrivere il luogo in cui si trovava. Probabilmente era un tempo altro in uno spazio nuovo. Proprio quando si aspettava di veder comparire il Dr. House in persona, intravide una figura indefinita in lontananza, che gli si avvicinava ad ogni suo respiro. Man mano che l'immagine avanzava verso di lui, diventava sempre più distinguibile: capelli biondi e lunghi, volto aggraziato da due grandi occhi verde acqua, bocca di rosa. Era sua cugina Alessia!
Estasiato ed incredulo, Simone gridò: «Ma dove mi trovo?!»
La risposta di Alessia fu pronta: «Ti trovi in un mondo parallelo, lo stesso in cui mi sto muovendo io. Non avere paura, io ti prenderò per mano e ti guiderò verso l'uscita del tunnel.»
Simone percepiva in modo molto confuso voci e sguardi, emozioni e sensazioni, ma era sicuro che si trattasse di Alessia. La prova? Un piccolo tatuaggio a forma di rosa che portava sul lato sinistro del collo. Gli appariva vestita d'azzurro in uno sfondo a tinte miste e indefinite e gli parlava con sommessa ma pacata dolcezza:
«Simone: io sono ancora viva! Non sono morta per puro miracolo, forse il Miracolo del tuo Amore. So che tu sei la persona che mi ama di più al mondo e forse il tuo influsso benefico ha trasformato in vita una potenziale morte.» Simone la stette ad ascoltare rapito ed al contempo impietrito: ma il bello doveva ancora arrivare!
«Non è stato un incidente Simone: sono stata investita volontariamente e colui che mi ha investita è lo stesso che ora ha investito anche te.»
«E chi è il bastardo infame?!» urlò Simone (o almeno ne ebbe l'impressione).
«Lo conosci bene. E' un uomo calvo sulla sessantina, dal pizzetto bianco. Lui mi ha amata e mi ha resa felice, ma poi è accaduto qualcosa.» Simone trasalì. La descrizione non corrispondeva a quella dello stupratore misterioso. «Ma perché non mi hai mai parlato di lui? E del tuo rozzo violentatore, che mi dici? So tutto ormai, la psicologa ha vuotato il sacco.»
Alessia tacque. La sua voce si fece più confusa, mentre la sua immagine tendeva a svanire. Simone percepì solo queste parole: «Vai alla Taverna del Lupo e scoprirai di chi sto parlando. Abbi fiducia in me: ritornerò presto in vita.»
Poi la visione svanì e Simone si svegliò in una grande luce. Neppure stavolta c'era il Dottor House ad accoglierlo, ma uno staff medico comunque di prim'ordine, diretto dal solito dottore biondo sulla cinquantina. «Se l'è vista proprio brutta, sa? Su che ora la trasferiamo nel reparto intensivo.»
Simone si sentì trasportare sulla lettiga, i soffitti bianchi dell'ospedale scorrevano veloci sopra di lui, mentre volti e mani indaffarate si affaccendavano attorno alla sua persona.

Quando fu dimesso dall'ospedale, Simone ricevette una miriade di chiamate da Paolo e dai suoi amici e collaboratori, visibilmente preoccupati per la sua condizione. Il giovane tranquillizzò tutti e si mise a dormire, dopo aver spento il cellulare.
Al suo risveglio, trovò un messaggio sulla segreteria telefonica: era Gabriella. La chiamò.
«Ciao. Come stai?» esordì con il tono più affabile possibile.
«Come stai tu!» fu la pronta risposta di Gabriella.
«Bene, grazie. Me la sono vista brutta, ma sono a posto adesso. Piuttosto: ci sono novità su Alessia. Vieni a casa mia che ne parliamo?»
«Oggi pomeriggio non posso, mi spiace: ho quattro sedute che non posso rinviare. Ma domani riesco a liberarmi. Facciamo per le sedici?»
«Okay. Ti aspetto, ciao.»

Parlarono a lungo dell'accaduto, guardandosi negli occhi, con cui percepivano un'alchimia e un'intesa da brividi lungo la schiena. Ma i brividi più violenti scaturirono dalla stramba eppure credibile storia raccontata da Simone sulla base della sua esperienza extra-sensoriale. Decisero di andare a visitare questa famigerata Taverna Del Lupo presso la Fiumara, onde sperare di scoprire tutta la verità.
«Sei stanca?»
«Un pochino. Ma la voglia di fare l'amore ce l'ho, se è a questo che miravi.»
Di fronte a tanta franchezza, Simone non si tirò certo indietro. Fecero l'amore appassionatamente e poi si addormentarono come bimbi. Al loro risveglio era esattamente ora di cena. L'occasione perfetta per fare una capatina alla Taverna Del Lupo!

Al loro ingresso nella hall del centro commerciale della Fiumara, scintillante di luci e di specchi, trovarono una discreta folla sparsa qua e là: chi intento a fare acquisti, chi a tenere a bada bambini troppo vivaci, chi a sorseggiare un caffè ad uno dei numerosi bar.
La Taverna Del Lupo nascondeva un'ovvietà nel suo stesso nome: era giustamente un tantino imboscata, ma Simone e Gabriella non ebbero difficoltà a trovarla.
Scrutarono attentamente tra i tavoli e dietro i banconi dei cuochi e dei camerieri, andarono a sbirciare persino nel bagno, ma dell'uomo canuto dal pizzetto bianco non v'era traccia alcuna. Si lanciarono un'occhiata d'intesa e andarono ad ordinare al bancone del Lupo, questo dopo aver rigorosamente fatto lo scontrino. Si dovettero servire da sé, com'è consuetudine in questo particolare ristorante toscano, in cui è possibile degustare specialità regionali assortite, a patto di fare la fila alla cassa e di portarsele da sé al tavolo dopo averlo imbandito.
La cena era ottima e la compagnia reciproca anche. Stavano quasi per scordare l'obiettivo della loro visita, quando all'improvviso l'uomo fece la sua comparsa. Era appena uscito dai locali interni della cucina, si stava togliendo i guanti e stava smontando dal turno. Era un uomo ancora affascinante malgrado l'età, dalla figura alta e imponente e dallo sguardo magnetico. Simone e Gabriella decisero di andargli a parlare. Si diressero verso di lui sbarrandogli la strada senza troppi complimenti: l'uomo restò qualche secondo immobile per la sorpresa, poi reagì, fissandoli a lungo negli occhi con il suo sguardo bruciante.
«Can I help you?» Ma guarda un po': era pure straniero!
Simone conosceva ben tre lingue e sfoderò prontamente un ottimo inglese: «Yes, please» disse con fermezza. «Do you know a beautiful woman called Alessia Barbieri?»
«I know such many beautiful women....» fu la risposta secca, maliziosamente sarcastica del tipo.
Ma Simone incalzò: «This woman is my cousin and she got into a coma!»
L'uomo indietreggiò visibilmente spaventato e fece per scappare dietro le quinte dei banconi, ma Gabriella prontamente lo bloccò con una mossa di Savate. Simone era piacevolmente colpito dalla sua agilità e le sorrise estasiato.
Intorno a loro v'era un brulicare di persone incredule, che tentavano di capire cosa stesse accadendo: i colleghi esterrefatti, i clienti e molti curiosi che iniziavano ad affollare il locale, richiamati dalle grida dell'uomo, caduto rovinosamente a terra.
Letteralmente preso in contropiede, vistosi in cattive acque e allarmato dalla curiosità della folla, l'uomo sfoderò un ottimo italiano in evidente accento british e acconsentì ad accompagnarli dove avessero preferito.
La Fiumara era troppo affollata per i loro scopi e così decisero di portare l'uomo misterioso in un posto aperto e discreto – Spianata Castelletto, in Circonvallazione a Monte - da cui avrebbero potuto meglio controllare le sue mosse: e poi, alla bisogna, c'erano soprattutto quelle della boxe francese di Gabriella!
«Allora stronzo: ti decidi a parlare?» gli intimò Simone, prendendolo per il bavero del suo giaccone.
«Senti bel damerino: stronzo sarai tu e modera i toni quando ti rivolgi a me!»
«Così non andiamo da nessuna parte» sentenziò Gabriella, con fare più diplomatico da psicologa professionista. «Mi scusi per poco fa, Mister Gabriel, ma dovevo bloccarla: era troppo importante per noi. Ci vuole dire in quali rapporti si trova con Alessia?» Simone ringhiò.
«Così va meglio.» L'uomo si ricompose. «Mi chiamo Peter Gabriel. Avete mai udito il mio nome?» Simone ricordava molto bene quell’artista intelligente, eclettico e filantropo, caduto in disgrazia in tempi recenti per bancarotta fraudolenta. (¹) Ma l'uomo era talmente invecchiato, dimagrito e dimesso che faticava a riconoscerlo. Ed era pure un suo fan accanito!
«Good Evening, Mister Gabriel. Sorry for this drawback, but we have to know the Truth about this question.»
«Qualcuno vuole tradurmi, per favore?» implorò Gabriella.
Fu Peter a rispondere più velocemente. «Mi scusi signorina. Il suo amico qui» - occhiata fulminea a Simone - «dice che si scusa dell'inconveniente, ma vuole assolutamente conoscere la verità su questa storia. E Verità sia!»
Evidentemente non aveva neppure più uno straccio di avvocato, se si decideva a confessare tutto così in fretta.

Ma confessare cosa?

«Come probabilmente saprete dai giornali, da molti anni ormai sono caduto in disgrazia. Ho trascorso vent’anni in galera e sono uscito per buona condotta. Mia moglie mi ha abbandonato portandosi via i nostri due figli…. Nel frattempo, la Realworld – la mia prestigiosa casa discografica – sprofondava nell’abisso per la defezione di molti miei collaboratori. Uscito di prigione, ho vagato per l'Europa alla ricerca di un impiego: nessuno più voleva sentirmi suonare né cantare, in nessun locale del mondo. Ero un uomo rovinato. Vendetti le mie proprietà e mi trasferii in Italia, a Genova, dove affittai un piccolo appartamento nel Centro Storico di questa splendida città, che neppure conoscevo. Vissi alla bell'e meglio, tra un lavoro saltuario e l'altro. Finché, per puro caso, non conobbi Alessia: lei si trovava in un supermercato dove pure io stavo facendo la spesa con il mio... empty basket... carrello vuoto. L'attrazione fu immediata e reciproca.» Simone sospirò: quanti segreti aveva serbato per sé la sua amatissima cugina! E ripensò alle sue frequenti sbandate per uomini più maturi di lei, quasi sempre platoniche, ma che giungevano puntualmente (e non si sa come) alle orecchie del marito infuriato. Ad un tratto, Gabriella collegò quell'uomo alle fantasie di Alessia, si ricordò di alcune sue confidenze intime e capì quanto quell'uomo avesse significato per lei. Peter continuò:
«Ci amammo nello scantinato del supermercato: era così tanto tempo che non facevo l'amore. M'innamorai come un pivello e lei pure prese una bella cotta. Mi trovò lei l'impiego da cuoco presso la Taverna Del Lupo: continuammo a frequentarci per mesi, di nascosto da tutti.» Peter deglutì, tossì e si schiarì la voce, ancora splendida dopo tanti anni di esilio e di reclusione, oscillante tra timbri bassissimi e registri più alti.
«Fu una storia intensa, unica, travolgente, finché Alessia non conobbe lui. Un borgataro da quattro soldi che avevo assunto per farmi le pulizie in casa di tanto in tanto. Avevo commesso l'errore imperdonabile di parlargli di lei. L'animale la tampinò e la sedusse con le sue maniere rozze ma efficaci e presto io caddi nel dimenticatoio più buio. La delusione fu così cocente che non seppi controllarmi e tutte le mie energie di vecchio Drago riemersero più che mai potenti e graffianti. L'ho investita, è vero. E ho investito pure Lei» confessò, rivolgendosi a Simone «perché temevo che la signorina qui potesse metterLa sulle mie tracce. Io sapevo tutto delle sedute psicanalitiche e vi stavo già tenendo d'occhio. Alessia mi parlava spesso di Lei e mi aveva anche mostrato alcune Sue foto.» Simone accennò un pugno, ma Gabriella fortunatamente lo trattenne. «Ma non volevo uccidere né Lei né Alessia, né tantomeno che cadesse in coma. Volevo solo attirare la sua attenzione, ma la rabbia e la frustrazione hanno preso il sopravvento e hanno fatto il resto. L'avevo beccata nel garage quando è uscita a cercare il marito andatosene via con la troia. Ho tentato di violentarla, visto che la cosa a quanto pare le piaceva parecchio. Ma Alessia si è ribellata e mi ha respinto. Accecato dalla rabbia, l'ho colpita alla testa e poi ho simulato un investimento (che è praticamente riuscito). Sono colpevole ancora una volta: che il Signore abbia pietà di me!» esclamò ai due giovani, con uno sguardo non più bruciante, ma implorante.
Simone avrebbe voluto ucciderlo a sua volta, ma si controllò. Tuttavia a un certo punto se ne uscì minaccioso: «Però non ci hai detto tutto. Perché non ci parli dei tuoi frequenti ménage à trois con mia cugina e... "il borgataro?" Le sue fantasie sullo stupratore che le bendava gli occhi scaturiscono da te, infame!» Gabriella e Gabriel annuirono entrambi, l'una con sconsolata professionalità, l'altro con evidenti sensi di colpa.
«A lei piaceva, e molto anche! Io avevo scoperto la tresca e quello era un tentativo disperato per non perderla.» Una lacrima di dolore puro gli solcò la guancia sciupata.

Mossa da uno slancio di calda umanità, Gabriella lo abbracciò. Poi le venne un'idea: «Fattene una ragione Simone, lui l'ha amata di un amore speciale, intenso quanto il tuo ma di natura diversa: capisci cosa intendo, vero? Se lui ci aiuterà a far uscire Alessia dal coma, valuteremo tutte le attenuanti del caso». Peter le sorrise di gratitudine, mentre Gabriella proseguiva con la proposta: «Lei ha amato davvero Alessia e so per certo che l'ha resa felice in un magico Amore: Lei è l'unico che può riuscire a farla tornare! Gli eventi in fondo sono precipitati non del tutto per colpa Sua. Ci sta?» La replica fu immediata: «E me lo chiede anche? Certo che ci sto! Sempre se il tipo qui non mi sgozza prima.»

Andarono all'ospedale. Alessia giaceva supina e intubata, sempre allo stesso modo. Simone era affranto, così come i genitori di lei, presenti al capezzale. Angelo invece era assente (come al solito).
«Come stanno i bambini?» chiese subito Simone.
«Sono dai nonni paterni. Stanno abbastanza bene» - rispose il nonno, che aveva incassato molto bene il terribile colpo, anche grazie alla sua professione di neurologo, da cui ormai era in pensione dopo anni d'intenso lavoro che gli avevano procurato una certa fama e una certa influenza negli ambienti-bene della città. «Per il momento, abbiamo detto loro che la mamma è dovuta partire per un viaggio improvviso a risolvere una questione in sospeso. Non so se l'abbiano bevuta, ma adesso sono tranquilli.»
Simone annuì, visibilmente sollevato: «Appena posso, faccio un salto a trovarli.»
«Chi è quel tizio?» chiese il nonno.
«Mi chiamo Peter Gabriel e sono un conoscente di vostra figlia. Sto passando un brutto periodo e Alessia mi ha aiutato a trovare lavoro» rispose Peter, rivelando le sue buone maniere e la sua innata classe, che traspariva da sotto la patina dimessa con cui si presentava. Conquistò subito tutti, Simone compreso.
Peter si sedette al lato del letto e prese la mano di Alessia nella sua. Le parlò dolcemente con voce bassa e sommessa, che Simone immaginò facesse trasalire Alessia di piacere. Gli altri, colpiti dalla presenza magnetica dell'uomo che ancora incuteva rispetto, si allontanarono e lasciarono soli i due amanti. Perché era chiaro a tutti che non fossero semplici conoscenti. "Ma Angelo non deve saperlo" si disse Simone, giurandolo a se stesso.
Peter accarezzava dolcemente le mani e il volto di Alessia, le sussurrava qualcosa d'incomprensibile, che tuttavia risuonava dolcissimo e benefico. A tal punto che Alessia mosse impercettibilmente una palpebra. Un altro segno di vita. Poi mosse la mano che Peter teneva nella sua e infine aprì gli occhi e lo vide innanzi a sé. La ragazza sorrise di gioia e tese il braccio verso Peter, che le strinse la mano con delicato ma raggiante rispetto.
A quel punto, tutti corsero felici, increduli e commossi verso il letto in cui Alessia si era risvegliata, ignorando i richiami alla prudenza da parte dell'infermiera di turno.

Alessia era raggiante di felicità. Nei limiti consentiti dalle intubazioni, abbracciò tutti con trasporto, piangendo di gioia, come del resto fecero i presenti, commossi da un simile miracolo d'Amore.

«Aspettate a informare Angelo» rifletté razionalmente il previdente Simone «Questa volta non deve sapere com'è andata.» I presenti annuirono in segno di approvazione, mentre Simone lanciava un'occhiata d'intesa all'infermiera. «E' vitale per la salute di Alessia e per la sua stessa incolumità che il marito non sappia nulla, mi creda.»

I due amanti non si perdevano d'occhio un istante e non si lasciavano. Era davvero toccante vederli così uniti.
«Ti adoro, darling» le sussurrò Peter con quella sua voce ancora flautata, malgrado le avversità lo avessero colpito senza pietà, sciupandolo e amareggiandolo: ma per fortuna non erano riuscite ad indurirgli il cuore. Ti amo anch'io» rispose Alessia con un filo di voce nello sguardo innamorato. Tutti capirono che da quel momento in poi i due amanti non si sarebbero mai più lasciati.
Gabriella fece un cenno a Simone, che capì al volo e prese il nonno in disparte, parlandogli sottovoce. Poi l'anziano padre di Alessia si rivolse a sua volta a Peter: «Come ricompensa per aver restituito alla vita nostra figlia, il nostro bene più caro e prezioso, vorremmo concederLe tutte le attenuanti del caso: La affideremo al migliore avvocato della città.»
Simone annuì sollevato e aggiunse: «Inoltre parleremo con la Corte d'Inghilterra e con i dirigenti responsabili della Realworld» - fallita e poi rilevata da manager senza scrupoli, che la stavano trasformando in una multinazionale ben lontana dagli scopi umanitari che l'avevano contraddistinta fin dalla lontana fondazione - «e ti faremo riassumere. Così, in pochissimo tempo, potrai riavere il controllo della tua azienda e tornare a fare il tuo adorato mestiere: il lavoro più bello e gratificante della Terra, il musicista.»
«Ma... Non posso accettare.... Sono corresponsabile del fallimento della mia società e per giunta di tentato omicidio verso vostra figlia!» protestò debolmente Peter.
«Vero.» Replicò prontamente Simone. «Ma hai già scontato la tua pena e ora hai riportato in vita Alessia ed è solo questo che conta, adesso. Ricominciamo tutto daccapo, mettendo da parte odi, rancori ed errori del passato. Was vorbei ist, ist vorbei.» Peter - che parlava correntemente in tedesco - pianse commosso di gioia e ringraziò tutti, che vissero "felici e contenti" senza Angelo, da cui Alessia divorziò prontamente accogliendo Peter a casa assieme ai suoi figli, che l'uomo conquistò in un battito d'ali.
Questo - per dirla alla Manzoni - era il succo di tutta la strampalata storia, che spero vi abbia almeno fatti divertire.

Finale: Simone e i nonni rientrarono a casa, lasciando soli i due amanti di fuoco. Simone riabbracciò i piccoli Davide e Francesco, nel dar loro la splendida notizia che la mamma sarebbe tornata presto a casa.
Poi Gabriella e Simone andarono da lui e fecero l'amore. Al risveglio e dopo una doccia rinfrescante e una sostanziosa colazione, Simone ebbe un'ulteriore idea per sviluppare il suo successivo romanzo. Pensò che l'improvvisa ispirazione dovesse in qualche modo essere attribuita al magico tocco di Peter. Come per il fatto che miracolosamente smise di fumare.
Il borgataro venne rintracciato, arrestato e incolpato di stupro e tentato omicidio.


(¹) Performing characters refer to people existing in real life, but facts are imaginary. I personaggi rappresentati si riferiscono a persone realmente esistite o esistenti, mentre gli eventi narrati sono immaginari.

©® Annalisa
Lunedì 23 Febbraio 2010
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