L’Unicorno bianco si stagliava all’orizzonte, oltre i fitti cespugli di rovi che separavano l’umile dimora di Richard dal Castello di colui che un tempo era stato suo Signore e Padrone. Richard percepì il nitrito del destriero prima ancora di scorgere il fiero profilo che ne incorniciava il candore.
Già da tempo aveva iniziato a intravvederne la sagoma nei vari frangenti che scandivano la sua esistenza di cavaliere mercenario al servizio di un feroce e potente vassallo. Poche sceatte per molte spedizioni punitive irte di difficoltà. Fino al giorno in cui uno di quegli sventurati cui dava la caccia gli salvò la vita. Da quel momento giurò a se stesso che avrebbe smesso di uccidere. Richard non sapeva che ne sarebbe stato della sua esistenza, né capiva la ragione di quei misteriosi accadimenti. Ma da quel momento mantenne la promessa.
La visione dell’Unicorno – sia che fosse baciato dal sole o rischiarato dalla luce della luna – aveva preconizzato una svolta nella sua grigia esistenza senza sussulti. Proprio dai cespugli di rovi dietro cui era scomparso l’Unicorno apparve una donna, che s’incamminò lentamente nel cuore della foresta verso la rustica dimora di Richard. Egli si chiese se quella splendida donna fosse forestiera, perché al villaggio conosceva tutti ma lei non l’aveva mai vista. Avvolta in candide vesti trapuntate di gemme che la facevano rilucere di bellezza antica, la donna gli sorrise senza emettere alcun suono, ma il suo silenzio fu più eloquente di mille parole. Dal profondo del cuore, Richard avvertì un moto di estatica gioia che gli era estraneo da molto, troppo tempo. In quel preciso istante, Richard comprese perché avesse cambiato vita. Lo aveva fatto per lei, per il suo sguardo, per il suo sorriso. Per poterla incontrare inaspettata all’uscio di casa in un giorno qualunque.
Lei lo prese per mano e lo condusse via, verso spazi aperti lontani e incontaminati. Richard perse i sensi: al suo risveglio si ritrovò in un attico desolato e cupo, squarciato da improvvisi lampi di luce variopinta. Sapeva di essere ancora se stesso, ma non comprendeva in quale secolo si trovasse. Attorno a lui ogni cosa era statica e al contempo vitale: strane luci provenivano da curiosi oggetti bombati; una specie di dipinto emanava colori cangianti e suoni per lo più disarticolati e incomprensibili; si ritrovava in una dimora che non conosceva, eppure sentiva che gli era sempre appartenuta. Ma quando lei apparve, sedendosi ad un grande oggetto levigato che emise suoni melodici al contatto delle sue dita, Richard comprese. Lei era Rachel, mentre il suo nuovo nome era Rick Deckard. Era stato traslato in una dimensione temporale parallela per compiere l’ultima missione della sua vita, quella che lo avrebbe riscattato da una schiavitù eterna, lasciandolo libero di amare per sempre la donna che credeva ormai perduta nei meandri del suo passato. Come d’incanto, tutto prendeva corpo nella sua mente, ogni oggetto assumeva significato, ogni gesto evocava ricordi riaffiorati da spazi e tempi remoti.
Il suo ultimo incarico si dipanava nel futuro per ricucire gli errori del passato e recuperare la dimensione presente. Se anche Rachel si fosse rivelata una replicante, non gliene sarebbe importato un accidente. Rick doveva ritirare coloro che – pur nella lacerante disperazione di cloni schiacciati da una vita troppo breve – costituivano una minaccia per la società, così come nella vita precedente i nemici del feudo avevano a lungo rappresentato un pericolo collettivo. Rick aveva il compito di salvare Rachel dalla rovina, allo stesso modo in cui lei aveva appena fatto per lui. Non gli importava di sapere se tutto questo sarebbe durato nel tempo e nello spazio: «Ma del resto, chi è che lo sa?»