LO SLOW FILMING
di Annalisa


Riprendendo il discorso dello slow thinking, sviluppato in maniera tanto pertinente all’interno di Eternauti, vorrei sottoporvi qualche riflessione libera sullo stesso concetto applicato al mondo della celluloide.

Come molti di voi ben sapranno, il cinema ha attinto la sua linfa vitale da concetti legati alla velocità e al progresso. I primi sostenitori della settima arte furono proprio i Futuristi all’interno del loro manifesto, poiché consideravano il cinema espressione di quella energia vitale proiettata nel futuro cui aspiravano con fervore delirante.

Vero è che le primissime immagini impresse sulla pellicola a 16mm si muovevano ad un ritmo più veloce del normale, ridimensionato solamente con l’avvento del sonoro, che determinò il passaggio alla pellicola a 24mm. Altrettanto vero che L’arrivée d’un Train à la Gare de Vincennes (1896) il primo cortometraggio proiettato in una sala cinematografica da Georges Méliès [il regista dell’altrettanto famoso Voyage Sur La Lune del 1914, n.d.R.] ebbe un effetto talmente realistico nella sua veloce progressione da spaventare il pubblico al punto da farlo fuggire.

Era l’alba della settima arte, che col tempo ha assunto così tante sfaccettature da non essere quasi neppure inquadrabile nella sua eterogenea e complessa vitalità in continuo divenire. Alcune pietre miliari del cinema si distinguono proprio per la lentezza ritmica all’interno di ogni sequenza, il che naturalmente non implica affatto che la tecnica di ripresa sia altrettanto lenta.
Pensate al grande Igmar Bergman con le sue lunghe pause, gli interminabili silenzi, i primi piani inesorabili su volti pietrificati in espressioni altrettanto immutabili, per minuti che sembrano non finire mai.
Oppure rivivete con tutta lentezza nella vostra mente le silenziose evoluzioni spaziali dell’astronave in 2001: A Space Odyssey attraverso i lunghi silenzi lugubri, sospesi e ovattati, rotti solamente da brevi intermezzi musicali.
O ancora riassaporate con calma i lentissimi piani sequenza di Blade Runner, sottolineati dalla altrettanto cadenzata colonna sonora di Vangelis. La soluzione del piano sequenza [= parte di un film, di lunghezza notevole, girata senza mai interrompere l’azione della macchina da presa, n. d. R.] richiede a sua volta una ponderata e scrupolosa attenzione per il percorso, i movimenti, le regolazioni della macchina, le luci. Pertanto implica accuratezza e meticolosità anche durante il making of.

Il cinema orientale contemporaneo, costruito su immagini e figure riprese en ralenti durante fluide evoluzioni sempre sospese tra volo e danza [La Tigre e il Dragone di Ang Lee e La Foresta Dei Pugnali Volanti di Zhang Yimou] rientra di buon diritto nella sfera dello slow thinking e ci permette di liberare la mente in lunghi intervalli di silenzio, costellati da primissimi piani di intensità vibrante. Dello stesso Yimou includo anche Lanterne Rosse del 1991, con “la rigorosa geometria architettonica delle immagini e l’ossessiva e lentissima ripetitività delle situazioni” [da www.centraldocinema.it]

Più in generale, lo slow filming rappresenta il contraltare di una parte di cinema americano troppo fitto di parole e di effetti speciali, che spesso ci impedisce di soffermarci a riflettere, bombardandoci di dialoghi e di eventi frenetici in rapidissima sequenza. Per fortuna non tutto il cinema americano, che, come molti sanno, chi scrive ama moltissimo, rispecchia questo modello.
E allora assistiamo a capolavori inimitabili e irripetibili della caratura di Balla Coi Lupi di Kevin Costner o de I Ponti Di Madison County di Clint Eastwood, che, ognuno con la sua splendida peculiarità, sono esempi spettacolari e intimistici di ottimo slow filming.

Anche il cinema francese per certi versi rispecchia questo concetto. Basti rivolgere il pensiero a “Chabrol, il regista della Nouvelle Vague che predilige atmosfere lente e simenoniane, per meglio evidenziare ogni sottigliezza ed evoluzione psicologica dei suoi caratteri” [by Daniele Bellucci di www.spietati.it] nonché ai film di impianto teatrale firmati Patrice Leconte [L’Uomo Del Treno e Confidenze Troppo Intime, n.d.R.] dove il lento e cadenzato dipanarsi degli snodi narrativi avvolge con dolce e riflessiva lentezza i dialoghi dei due protagonisti contrapposti l’uno all’altro, tanto diversi da ritrovarsi in una vicendevole complementarità.

E il cinema italiano? Illustre e ineguagliabile esponente dello slow filming può essere definito a buon diritto il cinema del grande Ermanno Olmi, con i suoi capolavori di alta sensibilità poetica e introspettiva, con il suo stile inconfondibile, fatto di rimandi visivi più che di rumorose parole [ricordiamo doverosamente L’Albero Degli Zoccoli, La Leggenda Del Santo Bevitore, Il Mestiere Delle Armi, n.d.R.]

Non si può non ricordare Sergio Leone con la sua trilogia del dollaro, dalla cifra stilistica connotata da “una iperbolica dilatazione dei tempi narrativi che diventa, a tratti, paradossale ieraticità del gesto” [www.italica.rai.it]

Segnalo altresì qualche piccolo capolavoro neppure troppo minimalista, pensando a Marco Tullio Giordana con La Meglio Gioventù, a Claudio Sorrentino con Le Conseguenze Dell’Amore a Eugenio Cappuccio con Come Mosche e Volevo Solo Dormirle Addosso, a Davide Ferrario con Dopo Mezzanotte, tutte opere di grande spessore storico, sociologico e artistico nonché di acuta riflessione sul tessuto umano e sociale di ieri come di oggi.

Per cui, care amiche, cari amici, se scegliete di vedere uno slow film, vivetelo con la lentezza propria di tutta l’intensità con cui potrete assaporarlo e farlo vostro  

©® Ottobre 2001 Annalisa
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