Capre (molto poco) espiatorie
Lasciato di fresco dalla moglie, Bob Wilton (Ewan McGregor), un giovane cronista spiantato, si trasferisce in Iraq a caccia di scoop dove s’imbatte in Lyn Cassady (un sempre irresistibile George Clooney), membro di una sezione speciale del Pentagono, la cosiddetta Armata Nuova Terra, il cui sciroccato fondatore Bill Django (Jeff Bridges, ormai stravolto da un precoce invecchiamento) si prefigge lo scopo di addestrare reclute dotate di speciali poteri psichici, con cui combattere il nemico. Già rileggendo queste poche righe mi rendo conto dell’assurdità dell’intreccio, i cui paradossi sono in parte voluti per denunciare l’ottusità imperialista di certi ranghi repubblicani guerrafondai, ma ahimè più spesso sfuggono al controllo di un regista troppo concentrato su ruoli e battute sagaci, che finisce col tracimare nel cattivo gusto di situazioni troppo grottesche per essere vere (pare che l’omonimo racconto di Jon Ronson, da cui il film è tratto, racconti una storia realmente accaduta).
Al di là di molte sequenze ad alto tasso di comicità, quali: le innumerevoli spassose citazioni
cinefile (si parte da Blade Runner e
si strizza l’occhio a Syriana,
passando attraverso Guerre Stellari per tutta la durata del film); Bob Wilton ignora la portata
filosofica di un guerriero Jedi, quando molti (anche se non proprio tutti) sanno che
Ewan McGregor ha vestito i panni del giovane Obi-Wan Kenobi nel prequel
di Star Wars); le sequenze lungo il deserto, percorso con un mezzo da rottamazione; i
dialoghi sferzanti tra i protagonisti - cui si aggiunge un carismatico Kevin Spacey nel
ruolo del vilain che trasuda malignità e invidia – che sono la punta di diamante
dell’intero lungometraggio; dicevo, anche considerando tali fattori e conferendo ad
essi il giusto spessore e merito, se tuttavia si prescinde da questi aspetti ci si accorge che
il film non decolla mai (a dispetto della sequenza del pre-finale) e anzi s’impantana nel dubbio
gusto (e nel significato ancora più dubbio) di un messaggio certamente pacifista, ma al contempo
troppo intriso di superati valori hippy per essere credibile o quantomeno ‘ascoltabile’. L’aspetto davvero
deprecabile è la propaganda delle droghe e della promiscuità stile Anni ’70, spacciata con un po’ troppa
leggerezza, al pari dell’uso indiscriminato di LSD da parte di tutti i personaggi della storia.
Senza dubbio il buon (e bel) George si diverte un mondo a recitare in queste
commedie strampalate e nonsense, con i cui proventi raccoglie
fondi per le sue lodevoli attività umanitarie o finanzia le produzioni impegnate
(altrettanto degne di nota). Ma questa volta temo che riesca a racimolare
ben poche risorse. Provaci ancora George!