Un vento incessante soffia nei cortili del collegio parrocchiale St. Nicholas nel Bronx del 1964: vento di conflitti interiori e di lacerazioni irrisolte,
vento di rivoluzione contro ogni ipocrisia, lo stesso vento che in una delle tante omelie di Padre Flynn sparge in ogni dove le piume di un cuscino
squarciato, metafora del pettegolezzo che si estende ovunque senza poter essere arginato. Mentre persino la macchina da presa pare spiare il
sacerdote da angoli bui e nascosti della canonica, Suor Aloysius Beauvier - la rigida madre superiora preside del collegio - instilla sospetti nella mente di Suor
James, giovane insegnante alle prime armi, rendendola sempre meno accondiscendente verso gli alunni che adora e facendole nascere dubbi sempre più insistenti
sulla buona fede di Padre Flynn. Il sospetto prende corpo lentamente, s'insinua nelle coscienze, serpeggia nei corridoi della scuola e si concretizza nell'accusa
infamante di pedofilia, prendendo spunto dal trattamento di favore che Padre Flynn riserva a Donald Miller, alunno di colore con cui instaura un rapporto speciale
e verso cui si erge a paladino contro i pregiudizi dei compagni. Proprio la posizione vulnerabile di ragazzino nero alla ricerca dell'integrazione in un mondo di bianchi
lo rende facile bersaglio di tutte le parti in gioco. Convocata da Suor Aloysius, la madre di Donald difende il parroco «qualunque cosa abbia fatto» perché ai suoi occhi
l'unica colpa del sacerdote è la gentilezza dimostrata al ragazzo in un contesto comunque transitorio, il cui termine aprirà le porte alle
scuole superiori e garantirà al figlio un futuro e una carriera.
La filosofia del dubbio è la vera protagonista di una storia ambigua e controversa, che lascia uno sgradevole retrogusto amaro.
Il regista John Patrick Shanley - autore della sceneggiatura tratta dall'omonima pièce teatrale che nel 2005 gli valse il premio
Pulitzer - infonde nella mente di chi guarda lo stesso irrisolto sospetto che attanaglia ogni personaggio-chiave in un'incessante lotta senza esclusione
di colpi, il cui obiettivo è screditare il proprio detrattore manipolandolo e servendosi di qualunque mezzo, persino della menzogna. Teatro
di un'ipocrisia giocata sul malinteso (cercato o involontario) è proprio un contesto religioso che sulla carta dovrebbe invece garantire la bontà delle
intenzioni, la purezza dei pensieri, la sincerità delle azioni. Il duello all'ultimo sangue trasforma ogni carnefice nella vittima di se stesso in un
crudele, ambiguo, irrisolto gioco delle parti che si apre a infinite interpretazioni e obbliga lo spettatore ad incessanti ribaltamenti prospettici.
Analogo punto di partenza viene delineato nel 2004 da Pedro Almodovar ne La Mala Educación, conducendo tuttavia su binari profondamente divergenti
quanto a contesti, ambienti e situazioni. Nel suo personalissimo stile esplicito e irriverente, il regista spagnolo infrange il tabù principe degli ambienti religiosi,
mostrando a chiare lettere, senza veli né ipocrisie, la pulsione erotica che spinge l'uno verso l'altro protagonisti segnati per sempre da esperienze
devastanti e senza ritorno. Il pudico trasporto affettuoso di Padre Flynn (che Shanley non svela mai del tutto e neppure prova a risolvere) si ribalta nella bruciante passione
pedofila di Don Manolo, mostrata in tutte le metamorfosi nell'impatto devastante su giovani coscienze ignare e inesperte. L'ossessione malata del prete assurge
a simbolo del Male travestito da Bene, dell'ipocrisia strisciante che soffoca la libertà, mentre nel lavoro di Shanley l'allegoria è piuttosto di matrice
politica e s'incarna nell'eterna lotta tra vecchio e nuovo, antico e moderno, conservatorismo e innovazione progressista. Anche nella pellicola firmata Almodovar
si avverte il cambiamento sociale in atto negli anni '70, sintetizzato nella frase-chiave che Juan/Gael García Bernal immagina di rivolgere a Don Manolo: «Oggi la mia libertà vale più della tua ipocrisia».
Se il pregio del lungometraggio di Almodovar - pur confuso e difficile da cogliere nei continui salti spazio-temporali - è la schiettezza della feroce denuncia sociale (laddove la rappresentazione di Shanley è più velata e ambigua) il suo limite risiede forse in una visione unilaterale del problema, mentre nel lavoro di Shanley l'inversione dei ruoli e gli incessanti ribaltamenti prospettici consentono piani di lettura stratificati e filtrati da diverse angolazioni.