Luciano Sandulli (Silvio Orlando), mite professore liceale che crede nel proprio quotidiano impegno nei confronti degli studenti, vive in una casa antica ma pericolante, che i Beni Artistici non si curano di porre sotto tutela. Qui si diletta a scrivere romanzi e a redigere articoli per un anonimo editore, che, nel momento del bisogno, non esita a piantarlo in asso.
In realtà un ben diverso destino sta andando incontro al nostro: l’onorevole Cesare Botero, in corsa alle elezioni governative, lo convoca a Roma in pompa magna per offrirgli un impiego nel suo staff. Compito di Sandulli sarebbe quello di redigere per Botero discorsi, arringhe e persino di suggerirgli a caldo battute al vetriolo da “sbattere in faccia” ai suoi interlocutori più accaniti (primo fra tutti un giornalista, suo tenace detrattore, un sempre bravo Giulio Brogi).
Sandulli dimostra sagacia, abilità e prontezza e piace subito a Botero, che inizia a riempirlo di attenzioni, regalandogli una lussuosa auto sportiva, facendo trasferire la di lui fidanzata Irene (Angela Finocchiaro) in un prestigioso Liceo di Roma, onde permettere ai due una serena convivenza.
Di colpo, tutte le porte gli si spalancano: persino gli addetti al Dipartimento dei Beni Artistici s’impegnano con zelo al restauro della sua dimora.
Lentamente ma progressivamente però, Sandulli avverte alcune note stonate in un coro di plausi e di false cortesie. Si accorge della corruzione e del marciume che serpeggiano nascosti nei sotterranei dell’attività di Botero: licenziamenti ingiustificati, tangenti, persino violenza e cattiveria nei confronti dei propri dipendenti appena commettono un errore che, a suo insindacabile giudizio, risulti troppo grave per essere condonato.
Alla fine, esacerbato dai continui riscontri negativi, Sandulli si decide a rompere con lo spietato principale, scrivendogli una lettera di dimissioni in cui lo accusa di comportarsi alla stregua di un antico e crudele feudatario.
Oltre al danno, la beffa: con un abile e diabolico stratagemma, Botero vincerà le elezioni, usando come arringa finale proprio il contenuto della lettera dimissionaria.
Epico il finale, avvolto in una luce di cupo livore: sulle mura di una piazza campeggiano sinistri i manifesti di Botero vincente, mentre Sandulli, alleatosi con il giornalista detrattore, con gesto di simbolico disprezzo distrugge l’auto sportiva a colpi di mazza da golf (lo sport preferito di Botero).
Acuta e onesta denuncia sociale all’avanguardia rispetto ai tempi in cui venne realizzato, l’ottimo film di Daniele Luchetti fa affiorare la corruzione occulta della politica italiana, che portò il Paese allo sfacelo economico in cui viviamo tuttora.
Nella parte del perfido Botero, che non ha pietà per nessuno tranne che per se stesso, Moretti riesce a dare il meglio della sua capacità espressiva e interpretativa, bucando lo schermo con le sue improvvise sfuriate, i suoi sguardi biechi e sinistri, i suoi silenzi.
A un attento esame, la pellicola pare essere stata clonata nel recentissimo legal thriller dalle venature horror diretto da Taylor Hackford, “L’Avvocato Del Diavolo”.
Stessa trama, identico soggetto, ambientato nelle aule giudiziarie anziché nelle sedi parlamentari. Anche qui campeggia la figura di uno spregiudicato arrampicatore sociale, John Milton (un grande Al Pacino), avvocato di grido a New York e amministratore di un prestigioso studio legale, dove un giovane e rampante avvocato della Florida (Kanu Reeves) viene assunto per assolvere i criminali e condannare gli innocenti.
Le due opere, quella di Luchetti e quella di Hackford, si differenziano per stile, tono registico, impianto narrativo e per l’aggiunta, nel film americano, di un’impronta horror che rende la figura di Milton molto più carismatica e a tratti gradevole rispetto a quella tratteggiata da Moretti. Le citazioni dalla Bibbia si sprecano, il riferimento alle presenze demoniache è palese fin dalle prime sequenze, Il finale non è tragico, bensì apocalittico.
Da sottolineare quindi l’onesta e diretta denuncia sociale di Luchetti, contrapposta all’ambigua farsa demoniaca di Hackford.
Rifiutato dalla Rai, “Il Portaborse” fu prodotto dalla Sacher Film di Moretti e Barbagallo.
Un plauso va dunque, per una volta, all’impegno e alla trasparenza tutta italiana.