Con il suo stile inconfondibile, fatto di rimandi visivi più che di rumorose parole, Ermanno Olmi racconta la storia di Andreas Kartak (Rutger Hauer), un clochard alcolizzato che trascorre le sue giornate bevendo e dormendo sotto i ponti di Parigi. Un giorno incontra un anziano benefattore (Anthony Quayle), che gli presta 200 Franchi e lo prega di restituirli alla piccola Santa Teresa di Lisieux, verso la quale l’attempato signore dice di essere in debito per il miracolo della conversione che lo ha portato a vivere sotto i ponti assieme ai barboni.
Incerto e titubante, Andreas - uomo d’onore senza indirizzo - accetta il denaro impegnandosi a restituirlo alla santa e da quel momento la sua esistenza subirà una svolta decisiva, che lo porterà ad incontrare personaggi diversi tra loro ma in un certo qual modo legati da un filo conduttore, il denaro. Di volta in volta gli verrà offerto intenzionalmente o casualmente, dandogli fiduciosa speranza ma anche disillusione e tormento, fino al disperato tentativo di restituire i 200 Franchi alla statua della piccola Teresa nella chiesa di Sainte Marie de Batignol.
Il denaro ha una doppia valenza: negativa perché spinge Andreas a bere, facendogli dimenticare il suo impegno verso la santa, positiva perché lo tiene legato a una vita piena di ricordi, rimpianti, rimorsi e malinconie. L’alcool è il vero nemico di Andreas, poiché lo rende sempre più debole e incapace di fronteggiare gli eventi, lo priva della forza reattiva necessaria per imporsi sul destino lasciandolo in balìa di se stesso e degli altri, che più volte lo raggirano e lo derubano.
Andreas, ex minatore polacco, è schiacciato dal peso di un passato che non riesce a dimenticare e che costituisce l’essenza della sua flebile vita ai margini.
Liberamente tratta dal racconto lungo Die Legende vom heiligen Trinker (1939) di Joseph Roth, l’opera di Olmi (regista, autore del montaggio e del soggetto, sceneggiatore assieme a Tullio Kezich) dilata visivamente un piccolo gioiello narrativo secondo i parametri di uno stile cinematografico che si dipana in lunghe e toccanti digressioni per raccontare il passato del protagonista, in intensi passaggi intimistici, in un linguaggio visivo lieve e allusivo, mai esplicito.
Olmi può essere considerato poeta e insieme pittore del cinema italiano: con pochi ma essenziali tocchi visivi racconta la vita di un uomo segnato dalla sofferenza, perseguitato da un passato che non può e non vuole dimenticare, ossessionato da visioni e fantasmi che lo consumano lentamente.
Significativa l’interminabile sequenza in cui Andreas trova riparo all’interno di una locanda nella notte di pioggia scrosciante come i suoi ricordi. Inebriato dal troppo alcool, crede di riconoscere i suoi amati genitori in un’anziana coppia di avventori e porge loro con gesto affettuoso l’orologio ricevuto in dono alla partenza per la miniera, conservato come un cimelio di rara bellezza. Il ritmo lento della narrazione evoca la lunga, sofferta e attenta riflessione interiore del protagonista, tratteggiata con insuperabile maestria da Rutger Hauer, attore estroso e versatile, capace di calarsi in qualsiasi ruolo con estrema naturalezza e semplicità. La sua intensa interpretazione ha certamente contribuito all’assegnazione del Leone d’Oro a Venezia.
Gli attori di contorno sono solo in parte professionisti: da sempre Olmi anima le sue opere con gente comune ingaggiata sul posto, che conferisce un’impronta più realistica e più vera. Senza dimenticare i bambini, comparse curiose e attente nella loro schiettezza, rispettata e anzi incoraggiata dal regista.
Un riconoscimento va anche alle scenografie di Gianni Quaranta e Jean-Jacques Caziot, splendidamente valorizzate dalla fotografia di Dante Spinotti che contribuisce a creare atmosfere suggestive e sospese, mentre un silenzio quasi mistico si alterna alle magiche sinfonie di Igor Stravinsky, che fanno da contrappunto alle digressioni.
Chi avverte un insistente sentore di sacrestia in questo indiscusso e indiscutibile capolavoro dimostra di aver colto ben poco del messaggio intimistico che Olmi sa dare in una nuova dimensione conferita al testo di Roth, visiva e contemplativa anziché sintetica e descrittiva. Il racconto dello scrittore tedesco è per Olmi un punto di riferimento costante, spunto narrativo da approfondire e arricchire con ineguagliabile maestria.