Basato su una storia vera, il capolavoro in assoluto del visionario David Lynch è girato in bianco e nero, forse per rispettare l’ambientazione fine ottocento e per conferire la giusta atmosfera a una storia di dolore, sensibilità e morte.
Affetto da una rara forma di neurofibromatosi causata da un incidente subìto dalla madre, schiacciata da un elefante durante la gravidanza e per questo soprannominato da tutti con paura e disprezzo L’Uomo Elefante, John C. Merrik viene esposto al pubblico ludibrio a causa del suo orrido aspetto, che tenta disperatamente di nascondere sotto un triste e anonimo saio incappucciato, dietro il quale s’intravvedono solamente gli occhi tristi e spaventati, mentre grida il suo dolore: “Non sono un elefante, sono un uomo!” Questo l’urlo disperato che lacera il cuore di chiunque assista al racconto di una storia quasi assurda, ma purtroppo drammaticamente vera e cruda.
Quando finalmente alcuni medici si prendono cura di lui al London Hospital, scoprono che dietro le orride sembianze si nasconde un animo sensibile, dolce e delicato, l’essenza di un essere umano sfortunatissimo che ha imparato a convivere con il suo dolore in grande dignità.
Splendida l’interpretazione del sempre bravo Antony Hopkins e della grande Anne Bancroft, nelle vesti di figure caritatevoli che sanno regalare alcuni attimi di dolcezza e di affetto a un uomo condannato a morire solo perché una notte, stanco di dormire in una posizione scomoda e innaturale, sceglie di abbandonarsi tra le lenzuola “come gli altri esseri umani”.
È una storia unica, toccante, che commuove senza mai cadere nella retorica o nel patetico, l’eterno dramma del diverso raccontato con lucido realismo dall’inimitabile David Lynch.